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LA GRANDE BELLEZZA: UN VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE

Dame dell’alta società, parvenu, politici, criminali d’alto bordo, giornalisti, attori, nobili decaduti, alti prelati, artisti e intellettuali veri o presunti tessono trame di rapporti inconsistenti, fagocitati in una babilonia disperata che si agita nei palazzi antichi, le ville sterminate, le terrazze più belle della città. Ci sono dentro tutti. E non ci fanno una bella figura. Jep Gambardella, 65 anni, scrittore e giornalista, dolente e disincantato, gli occhi perennemente annacquati di gin tonic, assiste a questa sfilata di un’umanità vacua e disfatta, potente e deprimente. Tutta la fatica della vita, travestita da capzioso, distratto divertimento. Un’atonia morale da far venire le vertigini.
E lì dietro, Roma, in estate. Bellissima e indifferente. Come una diva morta.

“Cercavo la grande bellezza e non l’ho trovata” dice il viveur Jep Gambardella (Toni Servillo) in una delle sue tante riflessioni sulla vita. In quella frase che dà il titolo al film di Paolo Sorrentino in concorso al Festival di Cannes è racchiusa tutta la filosofia del protagonista. L’esistenza è fatta di sprazzi di verità e d’incanto, da cogliere magari nel corso di una passeggiata notturna nello splendore di una città eterna. Tutto il resto è Nulla, ed è piacevole farsi cullare dalla rinuncia.

Questo vuoto che rappresenta ormai da tempo il crollo al rallenti del mondo occidentale, viene filmato da Sorrentino con lo stile che lo ha ormai reso noto al mondo, fatto di svelti piani sequenza interrotti da carrelli all’indietro, zoomate lunghissime, dolly vertiginosi, in un’instancabile e opulenta serie di sguardi alterati e calme visioni. È un itinerario vertiginoso che il regista napoletano propone allo spettatore con quella citazione iniziale dal Viaggio al termine della notte di Celine: “Viaggiare è molto utile, fa lavorare l’immaginazione, il resto è solo delusioni e pene. Il nostro viaggio è interamente immaginario, è là la sua forza”. Come dire il cinema.

Questo viaggio in una Roma mirabile è in compagnia di un Virgilio disincantato e cinico, un giornalista che è stato scrittore di un solo libro di successo vent’anni prima, intitolato L’apparato umano, e ha poi abdicato al talento a favore di una pigra esistenza fatta di party notturni. “Condannato alla sensibilità”, come lui stesso afferma, Jep ha voluto diventare il re delle feste, per avere il “potere di disfarle”. Il suo sarcasmo non risparmia nessuno: parvenu, aristocratici decaduti, intellettuali, body artist, politici. Ma più si sente distante e più è compreso dai riti esibiti di questa umanità zombie che beve drink, balla, tira coca e conversa senza dialogare sulle magnifiche terrazze di una città impassibile. Una crudele anti-dolce vita.

Non sappiamo se Jep scriverà mai un nuovo romanzo o il suo fallimento è solo una oliatissima rotella di questo enorme ingranaggio che muove tutti i personaggi che lo attorniano: quelli sfrenati e volgari ma anche quelli con una consistenza umana, come un’enigmatica e ricca ballerina quarantenne (Sabrina Ferilli) che nasconde un segreto o lo scrittore romantico e sconfitto (Carlo Verdone) che, stanco dei salotti romani, decide di tornarsene in provincia. E un clero che non è fatto solo di suore che si muovono sullo sfondo come sorridenti farfalle, ma anche di alti prelati. Jep avrebbe persino delle domande spirituali da rivolgere ai rappresentanti della religione ma sa bene che non avrà risposta dalla vacuità in clergyman.

Con La grande bellezza Paolo Sorrentino è costretto a fare i conti con La terrazza di Ettore Scola, in concorso a Cannes nel 1980 (premio per la migliore sceneggiatura) e con La dolce vita di Federico Fellini, Palma d’oro al festival nel 1960. Cinquant’anni sono troppi per tracciare paragoni ma è simile la capacità di rappresentare un segmento della società ed uno stato d’animo con una potente lente deformante e, allo stesso tempo, un eloquente realismo.

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