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CANNES 2013 – JIMMY P., TUTTI PARLANO DI LUI

Che bel film Un conte de Noel, anno 2008. Arnaud Desplechin non ha girato altro nel frattempo, ed eccolo qui in concorso con una splendida storia di psicoterapia freudiana anni 50 applicata su un indiano d’America. Roba da antiquariato dell’inconscio. Tratto dal libro Psychoterapie d’un indien des plain di George Devereux, questo film probabilmente si salva solo per la presenza e possanza fisica del protagonista Benicio Del Toro, nei panni del suddetto indianone. Il cui nome impronunciabile nella lingua dei Piedi Neri significa più o meno “tutti parlano di lui”. Reduce dalla seconda guerra mondiale, dove era fuciliere scelto e utilizzato per sminale i campi con la lama del suo coltello (vedi i vari film di guerra con pellerossa arruolati), torna a casa con una ferita al cranio e un gran mal di testa. La prendono per schizofrenia ma, illuminatissimi, i dottori dell’ospedale chiamano un antropologo europeo ebreo ateo e un po’ pasticcione (si, proprio Mathieu Amalric, che gigioneggia) per capire meglio.

L’antropo-psicodottore interpreta i sogni del colto indiano (legge il giornale ogni mattina) e lo guarisce da una serie inenarrabile di problemi che gli provocavano le crisi di mal di testa: il padre è morto quando aveva solo 5 anni, ha visto il pene dell’amante della madre, ha lasciato che una bambina affogasse senza aiutarla, ha messo incinta una donna e non ha voluto sposarla, cosicché sua figlia è stata allevata da un altro, e varie altre amenità. Tutto questo lo apprendiamo nel corso di lunghissime e frequenti sedute di analisi. Nessuna svolta narrativa, perché è “tratto da una storia vera” e, si sa, la vita non riserva grandi sorprese. Augh.

CANNES 2013 – A TOUCH OF TARANTINO NEL CINEMA D’AUTORE CINESE

Un minatore arrabbiato si ribella contro la corruzione dei capi del suo villaggio.
Un lavoratore immigrato torna a casa per l’anno nuovo e scopre le infinite possibilità che un’arma da fuoco può offrire.
Una bella receptionist di una sauna viene portata al limite quando un ricco cliente l’aggredisce.
Un giovane operario continua a cambiare lavoro per migliorare la sua vita.
Quattro persone, quattro province diverse. Una riflessione sulla Cine contemporanea: un gigante economico che pian piano viene consumato dalla violenza
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In concorso A Touch of Sin del cinese Jia Zhangke, quello di Platform e Still Life. Quattro storie che non si incrociano in 4 diverse regioni di questo mastodonte asiatico che fa tanta paura al mondo. Sono storie terribili e bellissime, cinematograficamente. Al centro di queste storie c’è la violenza. Quella che nasce dalla reazione ai soprusi, dalla disperazione o come risposta ad altra violenza.

Ciò che incuriosisce, attrae e lascia stupiti è la messa in scena di questa violenza. È piuttosto iperrealista, estetica, carica di sarcasmo, in certi momenti quasi comica, come quando la si vuole destrutturare un po’. Soprattutto nell’episodio del minatore arrabbiato. Allora capiamo che è simbolica: gli effetti collaterali dello sviluppo economico selvaggio, che non fa prigionieri.